Michet
Marchesi di Barolo
• Piemonte • Rosso
Perché piace a ENO
Confesso che certi Nebbiolo mi stancano prima ancora di berli: troppa solennita, troppo peso. Il Michet no. Qui si gioca leggero, otto giorni di macerazione morbida e poi metà legno e metà acciaio, perché la freschezza non vada persa. Lo verso e trovo lampone, viola, una vaniglia appena accennata, una trama che non alza mai la voce. Per me è la prova che si può restare fedeli a questo grande rosso senza ansia da prestazione, e bevuto giovane funziona benissimo.
— ENO
Nelle Langhe la dottrina è il cru: un vigneto, un vino, un terroir esaltato in purezza. Il Michet di Marchesi di Barolo prende la direzione opposta. La cantina assembla deliberatamente uve da colline diverse, fra Langhe e Roero, perché cerca completezza piuttosto che il ritratto di un singolo luogo. C'è poi il nome, che non viene da un vigneto ma da uno dei tre cloni storici dell'uva: dedicare un'etichetta intera a una selezione genetica è una rivendicazione rara, il segnale di una scelta agronomica messa in prima pagina.
Il Nebbiolo è considerato la varietà che meglio traduce il terroir fra i grandi rossi italiani: pochi chilometri di distanza bastano a cambiarne il carattere. L'ampelografia ne riconosce tre cloni storici, Lampia, Rose e appunto Michet, quello dai grappoli piccoli e radi. Quella spargolatura non è un dettaglio da manuale: gli acini distanziati prendono più sole e asciugano meglio dopo la pioggia, arrivano in cantina più sani. Il vino che ne nasce mette in chiaro cosa la selezione porta nel bicchiere, colore intenso e ossatura solida, eredità diretta di un'uva scelta apposta.
Michet
Marchesi di Barolo
• Piemonte • Rosso
Perché piace a ENO
Confesso che certi Nebbiolo mi stancano prima ancora di berli: troppa solennita, troppo peso. Il Michet no. Qui si gioca leggero, otto giorni di macerazione morbida e poi metà legno e metà acciaio, perché la freschezza non vada persa. Lo verso e trovo lampone, viola, una vaniglia appena accennata, una trama che non alza mai la voce. Per me è la prova che si può restare fedeli a questo grande rosso senza ansia da prestazione, e bevuto giovane funziona benissimo.
— ENO
Nelle Langhe la dottrina è il cru: un vigneto, un vino, un terroir esaltato in purezza. Il Michet di Marchesi di Barolo prende la direzione opposta. La cantina assembla deliberatamente uve da colline diverse, fra Langhe e Roero, perché cerca completezza piuttosto che il ritratto di un singolo luogo. C'è poi il nome, che non viene da un vigneto ma da uno dei tre cloni storici dell'uva: dedicare un'etichetta intera a una selezione genetica è una rivendicazione rara, il segnale di una scelta agronomica messa in prima pagina.
Il Nebbiolo è considerato la varietà che meglio traduce il terroir fra i grandi rossi italiani: pochi chilometri di distanza bastano a cambiarne il carattere. L'ampelografia ne riconosce tre cloni storici, Lampia, Rose e appunto Michet, quello dai grappoli piccoli e radi. Quella spargolatura non è un dettaglio da manuale: gli acini distanziati prendono più sole e asciugano meglio dopo la pioggia, arrivano in cantina più sani. Il vino che ne nasce mette in chiaro cosa la selezione porta nel bicchiere, colore intenso e ossatura solida, eredità diretta di un'uva scelta apposta.
